«Il referendum non è di Zaia: l'Alta Corte l'ha dato ai veneti» - Il Giornale di Vicenza

27 febbraio 2017

Pagina 7, L'intervista

SIMONETTA RUBINATO

«Il referendum non è di Zaia: l'Alta Corte l'ha dato ai veneti»

Se possono la evitano, Simonetta Rubinato. E se proprio non ce la fanno al suo incalzare, addormentano il gioco, affogano il dibattito nella melina. Inutilmente, pare. Perché lei usa parole antiche come clave, estranee o lontane ad una nomenclatura abbagliata dai luccichii delle trame romane. "Autonomia", ad esempio. Mica Luca Zaia ha il copyright, ha ricordato nei giorni scorsi, chiedendo al suo partito, il Pd, che alle primarie del 19 marzo per la scelta del segretario regionale si inserisse il quesito sull'autonomia del Veneto. «Se cerca un pretesto per lasciare il partito, sappia che non le faremo il favore di cacciarla...», è stato il più benevolo dei commenti. Beh, dovranno rassegnarsi. Perché in questa intervista, Simonetta l'Eretica non sembra intenzionata a mollare l'osso. Anzi, non esita ad alzare l'asticella, a delineare un progetto che punta dritto su un Palazzo Balbi finalmente preso dal centrosinistra, battendo gli attuali inquilini sul loro terreno: quell'autonomia che non è secessione ma libertà di giocare la propria partita casalinga senza imposizioni o censure.

Onorevole Rubinato, ci siamo: il Consiglio regionale ha dato il via libera al referendum sull'autonomia del Veneto.

Non facciamo confusione: il via libera l'ha dato la Corte Costituzionale, affermando che il referendum consultivo regionale è un momento di raccordo tra la democrazia diretta e le istituzioni rappresentative. Aggiungendo che il quesito non è per nulla generico, ma tale da costituire un modo per avviare, influenzare e contrastare i processi decisionali pubblici.

A prescindere dalla paternità, c'è chi sostiene che sono soldi buttati, perché tanto poi bisognerà negoziare con lo Stato.

Certo che poi ci deve essere un negoziato, ma bisogna essere bravi a trattare, facendo vedere che dal trasferimento di competenze e di risorse c'è un vantaggio per tutti, per il Veneto e per l'Italia.

Non teme equivoci?

Chi ha questi dubbi vada a leggersi l'articolo 5 della Costituzione: l'autonomia è un valore e anche uno strumento per rafforzare l'unità del Paese. Non a caso le autonomie speciali sono il frutto di un tentativo di tenere legati alcuni territori alla nazione.

Quindi?

Come può essere ascoltata la domanda di autonomia del Veneto, di maggiore giustizia scale e territoriale che il Veneto da decenni chiede, se non attraverso anche un'evidenza forte di volontà popolare che lo testimonia?

Con una trattativa con il governo centrale, rispondono i critici.

Ma se non avessimo il referendum consultivo, si tratterebbe dell'ennesima procedura, vorrei dire quasi burocratica, tra un governo regionale e un governo nazionale.

Comunque il referendum è un bel regalo a Zaia, aggiungono altri.

La Corte costituzionale non ha dato a Zaia uno strumento di propaganda o plebiscito; ha dato al popolo veneto uno strumento di democrazia diretta per spingere e dare forza politica non resistibile.

Però il governatore...

Francamente devo anche dire che no ad oggi, spero anche per il minimo di lavoro che ho fatto io, il presidente Zaia si sta comportando in modo istituzionale corretto. Non sta cavalcando questo referendum come fosse suo, ma sta continuando a dire - e spero lo faccia fino in fondo - che è uno strumento dato dalla Corte ai veneti.

Il Partito democratico invece?

Io rispetto le altrui opinioni, però il tema è che la politica è capacità di essere in sintonia con la gente che rappresenti, e mi pare che ultimamente il Pd faccia fatica a sintonizzarsi sui sentiment dei veneti.

Allude alla sconfitta alle regionali?

Cosa si sarebbe aspettata?

Ricordo che quando ottenni nella legge di Stabilità 2014 l'inserimento della norma che favoriva il percorso del negoziato tra Stato e Regioni, sollecitai subito il capogruppo Pd a sdare su questo tema Zaia. Se il presidente manda una richiesta di negoziato, ricordai, entro 60 giorni il governo dovrà aprire un tavolo di trattativa.

Risultato?

Qualcuno si ricorda qualche iniziativa del gruppo regionale Pd su questo tema? Purtroppo no. Così ci troviamo oggi a inseguire paradossalmente una posizione che era nostra, fermi a due obiezioni contradditorie. La prima: che è un quesito inutile, banale. Non cambia nulla, sono soldi buttati. La seconda: è un atto eversivo, che potrebbe far saltare gli equilibri nazionali... Si mettano d'accordo: o è banale o è pericoloso.

La sua versione?

È pericoloso per chi vuole mantenere l'attuale iniquità, la poca trasparenza, l'inefficienza della pubblica amministrazione statale e periferica.

Eppure è un tema che fatica ad entrare nel dibattito congressuale del Pd.

Purtroppo non viene valorizzato da nessuna delle due parti in campo, e i candidati la pensano allo stesso modo.

Pronostico?

Arriveranno tardi, un po' alla volta: in Regione dal no sono passati all'astensione, e poi quando sarà l'ora del referendum diranno anche di votare sì. Cos'altro potranno dire?

Subiranno e giocheranno di rimessa, dunque?

Si è data una spiegazione?

Credo dipenda molto dal troppo condizionamento e dipendenza del Pd veneto alle logiche nazionali. E dire che il nostro statuto parla di un partito federale.

Per questo è uscita allo scoperto?

Sì, quando all'interno sei da sola, non ti resta che parlare anche all'esterno per provare a recuperare un fallimento che è già scritto. Da qui anche il mio tentativo di dire ai candidati: perché non attivate un articolo dello statuto del Pd, anche per mobilitare più gente alle primarie, e sentite cosa pensano sul referendum gli iscritti, i simpatizzanti e gli elettori?

È stato un no?

Un no silente. Ma così purtroppo la politica sfugge ai temi dell'agenda politica del Veneto.

Battaglia solitaria, dunque?

No, non credo di essere sola. Credo che tra gli amministratori del Pd, in molti civici, nella base, ci siano molti che la pensano esattamente come me. Tantissimi mi hanno anche chiesto di candidarmi per tentare di cambiare il Pd del Veneto.

Aveva già dato?

Beh, ricordo che alle primarie nel novembre 2014, il Pd mi concesse 13 giorni di campagna. Pochissimi, insufficienti. Ma nonostante l'intero partito fosse schierato con la Moretti, e molti non sapessero neppure chi fossi, con l'aiuto di soli 4-5 volontari presi il 30%

Che riflessione ne ricava?

Che c'è bisogno di un cambiamento di linea politica, perché alla ne, diciamola tutta, il Pd del Veneto ha gestito in modo unitario dei risultati fallimentari. L'unica che in qualche modo aveva avvertito che si stava sbagliando, sono stata io. Ma di donne che mi daranno una mano ce ne sono molte. Sono presenti molti settori della società civile che non si avvicinano ai partiti e tantomeno al Pd del Veneto.

Sono battaglie che continuerà a fare dentro il Partito democratico?

Dentro, ma cercando di allargare i conni. Perché se ci accontentiamo del recinto del partito, non saremo mai competitivi per conquistare la Regione. E io ho tanta voglia che siamo noi a gestire questa fase costituente del Veneto. Perché dopo il referendum, che mi auguro sia quanto prima, ci sarà la trattativa, il negoziato con il governo e l'implementazione.

Come immagina questi passaggi?

C'è bisogno di intelligenza, di competenza, di risorse che si mettono in gioco per misurarsi con il governo nazionale, di qualunque colore sia. E se saranno, come io penso, risultati positivi per tutti, a quel punto allora il percorso continuerà con un'altra competenza, con un altro pezzo di fiscalità che deve rimanere sul territorio. Un passo continuo alla volta, così come fanno Trento e Bolzano, che ancora contrattano competenze e risorse.

Da dove si parte?

Dai territori, che sono diventati determinanti anche nello sviluppo economico, dove sperimentare nuove politiche pubbliche, semplificazione amministrativa, ulteriore efficienza e qualità dei servizi, partendo dai bisogni della sanità, della scuola, per poi estenderle al resto del paese. Parliamo di anni e anni.

Lei si candida a guidare questa fase?

Mi candido a servire questa fase, per il ruolo che al momento ho e per quello che potrò fare. Dopo la crisi economica-finanziaria, il Paese non cambia semplicemente con riforme dall'alto, ma con una partecipazione che parte dal basso.

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pubblicata il 27 febbraio 2017

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