Mattarella, la Cina e il progetto di hub portuale - La Nuova Venezia

26 febbraio 2017

Pagina 17, Lettere e Opinioni

Simonetta Rubinato

Nel corso della recente visita fatta a Pechino dal nostro Capo dello Stato, Sergio Mattarella, il presidente cinese Xi Jinping ha parlato dell’Italia come di un Paese che “offre vantaggi imparagonabili quale porta tra Oriente e Occidente”, specie in relazione al progetto infrastrutturale della Nuova Via della Seta. Un’affermazione supportata da Mattarella che nel suo discorso ha manifestato massimo interesse per l’iniziativa, certo che «il sistema di porti e logistica italiano offra alla Cina la possibilità di completare, nel modo più efficiente e conveniente possibile, l’ultimo, prezioso tratto di questa nuova via fino al cuore dell’Europa». In forza di questa visione geopolitica del sistema portuale italiano delineata dal nostro Capo dello Stato, ho predisposto un’interrogazione, che spero sarà firmata da tutti i deputati veneti, per chiedere al premier Paolo Gentiloni di inserire nell’ordine del giorno della prossima seduta del Cipe anche l’approvazione del progetto preliminare dell’hub portuale di Venezia, dando così seguito agli impegni rinnovati anche il 25 novembre scorso dal presidente del Consiglio e dal sindaco di Venezia. Quest’opera, la cui necessità è stabilita da un accordo di programma siglato il 4 agosto 2010 tra il Magistrato alle Acque e il presidente dell’Autorità portuale di Venezia, è di rilevanza strategica se vogliamo cogliere la straordinaria opportunità di essere punto di arrivo della nuova via commerciale, per vincere la concorrenza dei porti del Nord Europa (oltre che di Atene e Istanbul). Solo con la realizzazione del “Voops” (Venice off shore on shore port system), infatti, si possono raggiungere due obiettivi fondamentali. Il primo: restituire al porto di Venezia l’accessibilità nautica sacrificata sull’altare della salvaguardia affidata al sistema del Mose (che per ragioni tecniche non consentirebbe l’approdo delle mega navi da 18.000 Teu e più). Il secondo: rimettere in moto l’economia di Venezia, salvandola dalla sorte a cui destinata a causa di una monocultura turistica che sta evidenziando tutti i suoi grossi limiti. In questo preminente interesse nazionale è in gioco anche lo stesso futuro di Venezia come Patrimonio dell’umanità che, in tempi in cui la finanza statale non riuscirà più a farsi carico dei continui e necessari interventi che una contesto così delicato richiede, potrà trovare nuova linfa da un’economia ricostruita intorno al suo porto. Ma si tratta anche di una partita di interesse strategico per lo sviluppo del Veneto che meriterebbe ben altra attenzione di quella riservata fino ad oggi da chi governa la Regione: con il ministro Delrio non si deve lavorare solo per la definizione della pratica della nuova Pedemontana. Senza difendere la centralità del rilancio di quello che fu per secoli l’asset strategico della potenza della Serenissima, cioè il suo porto tra Europa e Oriente, neppure il valore dell’autonomia e dell’autogoverno che ci accingiamo a esigere potranno esprimere tutte le ricadute positive che auspichiamo per il bene dei cittadini veneti di oggi e delle future generazioni. Rimanendo fedeli alla vocazione di Venezia, città che - riprendendo le parole rivolte nel 1198 da una delegazione di messi veneziani a Papa Innocenzo III - “non si preoccupa d’agricoltura, ma piuttosto rivolge i propri sforzi alla navigazione e ai commerci” (“Nostra civitas non agricolturis inservit, sed navigiis potius et mercimoniis est intenta”). *Parlamentare Pd

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pubblicata il 26 febbraio 2017

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