PROFUGHI, IL VENETO CONCRETO CHE ALLE PAROLE PREFERISCE I FATTI.

30 dicembre 2016

Il 28 dicembre scorso ho pubblicato sulla mia pagina Facebook questo post: ”Oggi il Corriere ci ha raccontato di un Veneto terra di sussidiarietà ed integrazione, di una realtà quotidiana che supplisce all’inadeguata gestione da parte dello Stato, di una concretezza che va aldilà della sterile propaganda di certa politica locale. Lingua e lavoro si dimostrano ancora una volta ottimi collanti. E i dati lo confermano: 400 richiedenti asilo presenti in regione hanno ottenuto un contratto di lavoro, altri 350 stanno affrontando il tirocinio. Protagonisti di questo ‘miracolo’ il mondo del volontariato, le associazioni di categoria e imprenditori come l'amico Francesco Salomon, titolare del ristorante “Il Perché” di Roncade oltre che presidente dell’associazione Piccolo Carro di Olmi, che è stato tra i primi ad aprire le porte della sua attività accogliendo un profugo maliano, ora assunto in cucina, al quale presto se ne aggiungerà un secondo, senegalese, impegnato in uno stage. Questo è il volto del Veneto concreto che alle parole preferisce i fatti”.

Visto il tema molto sensibile e di grande attualità, in molti hanno espresso la propria opinione dando vita ad un dibattito piuttosto acceso (al seguente link il post e i commenti di Facebook: https://www.facebook.com/simonetta.rubinato#). Per fare chiarezza e per onor del vero ho specificato che l'azienda, in cui lavorano diciotto italiani complessivamente, è gestita da titolari seri e che l'immigrato, che lavora come lavapiatti e addetto alle pulizie (prima con stage regolare e poi assunto con contratto di lavoro regolare), ha avuto dalla Commissione territoriale competente - in attuazione della Convenzione di Ginevra, della Direttiva n. 2004/83/CE e dell’art. 14 del d.lgs. n. 251/2007 - il riconoscimento dello status di protezione sussidiaria avendo il soggetto interessato dimostrato il rischio di subire un danno grave se tornasse nel suo Paese d'origine, il Mali (per la legge deve ricorrere una delle seguenti situazioni: condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte; o tortura o altra forma di pena o trattamento inumano e degradante ai danni del richiedente nel suo paese di origine o di dimora abituale; o minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazione di conflitto armato interno ed internazionale).

Ciò premesso, considerando che questa persona ha diritto secondo le norme internazionali a restare in Italia, è forse sbagliato che possa lavorare per mantenersi anziché continuare a oziare stando a carico della comunità?

 


pubblicata il 30 dicembre 2016

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