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Pd, due veneti fra i morosi in parlamento «Un equivoco» - Il Gazzettino

10 gennaio 2018

Pagina 11, Nordest

Passa anche per il Nordest la caccia ai morosi del Partito Democratico. Trattasi evidentemente non di fidanzati, bensì di inadempienti (o presunti tali) rispetto all'obbligo di sostenere economicamente la forza politica, così come prescritto dallo statuto. Fra i parlamentari sarebbero in 120 ad aver ricevuto una lettera di sollecito ed in 60 avrebbero già provveduto a saldare il dovuto: fra loro anche il bellunese Roger De Menech e la trevigiana Simonetta Rubinato, i quali però sostengono che si tratta di un equivoco e raccontano una realtà diversa da quella che in queste ore suscita ironie sui social. IL DOVERE La carta fondativa del Pd stabilisce che «gli eletti hanno il dovere di contribuire al finanziamento del partito versando alla tesoreria una quota dell'indennità e degli emolumenti derivanti dalla carica ricoperta», ricordando che «il mancato o incompleto versamento del contributo» previsto «è causa di incandidabilità a qualsiasi altra carica istituzionale». Tradotto: non potrà correre alle prossime Politiche chi non è in regola con il pagamento alle casse nazionali, fissato per deputati, senatori, europarlamentari e consiglieri regionali in 1.500 euro al mese, in aggiunta ai 1.000 devoluti dai veneti alle rispettive tesorerie provinciali. LA LISTA Il dettaglio è stato rimarcato ieri dal Corriere della Sera, nel rilanciare le indiscrezioni sulla lista dei ritardatari, almeno per come risultano al tesoriere Francesco Bonifazi. In questo senso De Menech è stato indicato come uno di quelli che, di fronte al pressing del Nazareno, sarebbero corsi ad onorare un debito attestato sui quarantamila e rotti euro. «Sciocchezze replica l'ex segretario regionale sia per le cifre che per le circostanze. È vero, ho effettuato un bonifico a dicembre, ma era di 10.000 euro ed è mia abitudine farlo alla fine dell'anno, per una questione di praticità contabile. Per non far impazzire il mio commercialista nella dichiarazione dei redditi, preferisco accorpare i versamenti in una o due soluzioni. Tutto con la massima trasparenza, la stessa con cui mi accollo le intere spese del Pd di Belluno, dato che sono l'unico eletto in provincia».LA POLEMICA Più articolato è il caso di Rubinato ed è lei stessa a spiegarlo: «In questa legislatura ho versato al Partito Democratico 136.000 euro. A dicembre ho chiesto comunque un incontro al tesoriere nazionale del Pd perché non mi sono state conteggiate, tra i 36.000 euro che dovrei ancora, le notevoli spese che ho sostenuto personalmente in questi anni per attività che sono andate anche a beneficio del partito». Il riferimento è alle primarie del 2014, «che hanno fruttato alle casse del partito un'entrata sostanziosa dovuta alle offerte dei circa 40.000 elettori», e alla campagna per il referendum sull'autonomia, «dove mi sono fortemente impegnata per il Sì, in coerenza a quanto deliberato dalla Direzione regionale». La deputata ha chiesto un incontro per ipotizzare una compensazione: «Ma al momento non ho ancora avuto risposta; probabilmente il collega Bonifazi è impegnato a definire le situazioni di quanti aspirano ad essere candidati in posizione utile». Una polemica a cui il veneziano Michele Mognato guarda con distacco, dopo essere passato prima ad Articolo 1 e poi a Liberi e Uguali, il cui leader Pietro Grasso è invece nel mirino di Bonifazi: «Fino a febbraio ho puntualmente pagato tutto al Partito Democratico. Poi a metà marzo sono uscito e quindi ho smesso. Chissà, magari adesso mi metteranno in conto quei giorni del mese in cui ero ancora nel Pd...». Angela Pederiva

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pubblicata il 10 gennaio 2018

 
 
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